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domenica 9 dicembre 2012

Una forza unica per l'Italia contro il berluscoleghismo e contro il grillismo

Se hai una malattia non prendi il veleno per curarla, ma la medicina giusta anche se è amara.
Negli ultimi 20 anni abbiamo avuto una classe politica che per la maggior parte è stata poco seria, che ha offeso il senso delle istituzioni e ha portato l'opinione pubblica a non aver più fiducia della politica e dei politici e ciò lo dobbiamo essenzialmente a due personaggi: Bossi e Berlusconi. Hanno coperto d'infamia i loro rispettivi ruoli e sebbene ci sia ancora qualche persona disposta a votarli chi ha a cuore il bene del paese dovrebbe unirsi per eliminare qualsiasi dubbio e qualsiasi possibilità, anche remota, che il cavaliere di Arcore possa ancora mettere i bastoni fra le ruote al normale svolgimento dell'attività politica e istituzionale, nonchè minare la credibilità internazionale, che grazie a Monti, il paese ha faticosamente riconquistato. Il governo Monti ci ha fatto fare dei sacrifici, per la maggior parte ingiusti e poco equi, è vero, ma adesso vogliamo mandarli in frantumi? Ci siamo svenati a pagare l'IMU al fine di mandare al Senato gente al soldo di Berlusconi che entra in quell'aula solo per far saltare qualsiasi ipotesi di governabilità? A quel punto il rialzo dello spread renderebbe vano quel pagamento. No noi di Base Liberale non ci stiamo e non crediamo nemmeno nel tanto peggio tanto meglio rappresentato dall'ipotesi grillina. Noi liberali auspichiamo un'alleanza che metta assieme tutte le forze responsabili del paese, che abbia due gambe, una statalista e una liberale, il cui mix dovrebbe portare ad uno stato efficiente che però non leda la libertà dei cittadini, con un chiaro programma improntato al taglio della spesa inefficiente e improduttiva ed al rafforzamento della spesa pubblica in ricerca e sviluppo e in infrastrutture. Col chiaro intento di ridurre la pressione fiscale durante tutta la legislatura. Una legislatura costituente dove verranno affrontati e sciolti i nodi gordiani che attanagliano l'Italia e la relegano agli ultimi posti di quasi tutte le classifiche internazionali che siano economiche, sociali o riguardanti la corruzione.
I liberali sono pronti a portare con loro il simbolo e un mix di classe dirigente nuova e con esperienza, un gruppo di parlamentari che renderanno onore alla tradizione liberale e a tutti gli statisti che in passato essa ha fornito al paese.
Entriamo nella storia, rilanciamo la politica, ci rivolgiamo soprattutto a Bersani che ha vinto le primarie del PD, ma anche agli altri leader centristi, costruiamo, nei pochi giorni che ci restano, questo progetto ambizioso, mettiamo all'angolo Berlusconi e Grillo, due facce della stessa medaglia, la medaglia del declino.

Alessandro Piergentili
coordinatore nazionale Base Liberale

martedì 14 giugno 2011

Oltre la destra e la sinistra, oltre Berlusconi

di Basilio Milatos

Mentre assistiamo, da quando è nata FLI, in quel weekend milanese di Febbraio, ad un lungo, stantìo e anche un pò stucchevole dibattito interno sulla sacralità del posizionamento strategico del partito "a destra", sulla pretesa abiura di presunte fantomatiche "derive sinistrorse",

dal Paese (mai come in questo caso con la P maiuscola...) arrivano messaggi molto chiari. Netti. Precisi. Segnali rispetto ai quali non sono ammesse miopie o peggio cecità di sorta.

L'Italia è già oltre. Finalmente, vien da dire, meglio tardi che mai.

Già alle recenti amministrative era stato evidente che era in atto un cambiamento profondo. Il referendum è andato ancora più a fondo nel rompere i vecchi schemi. La gente (torno a dire, finalmente!) è un pò più autonoma nelle proprie scelte, il vincolo di fedeltà coi principali partiti si è allentato e si badi bene: questo è evidente per PDL e Lega, ma lo è anche, in buona misura, per il PD, basti pensare che i due sostanziali trionfatori delle ultime amminastrive, Pisapia e De Magistris, non sono certo uomini dell'establishment del PD.

Su questa scia, nei due giorni referendari è accaduto qualcosa di ancor più significativo: diversi milioni (la stima è almeno una decina) di elettori del PDL e della Lega hanno clamorosamente disatteso le direttive dei loro leader. Non sono andati al mare, non sono rimasti a casa, malgrado i pessimi consigli di Berlusconi e Bossi. Sono andati a votare e hanno pure messo una bella X sul segno SI, decretando uno schiaffo niente male ai vertici del centrodestra.

Ma come, la Padania leghista ha votato come volevano Di Pietro e Bersani, ignorando le "indicazioni" del Trota's father? Ebbene si. Ed è accaduto non perchè siano diventati tutti improvvisamente dei famigerati comunisti mangiatori di bambini. Ma perchè, di fronte al GIUSTO, non c'è steccato ideologico che tenga. Non c'è destra e sinistra, semmai c'è l'impossibilità di continuare a non vedere cosa sia il Berlusconismo e dove stia portando e abbia già portato l'Italia. Di fronte a istanze GIUSTE, di fronte alla forza delle idee, la gente non passa tutte le proprie scelte sotto la lente di schemi sempre più logori come Destra e Sinistra, come moderati ed estremisti, come conservatori e progressisti; semplicemente, la gente sceglie chi e cosa appaia più corretto. E chi invece, rimandare a casa prima possibile.

E' questa la strada da seguire. Vorrei sentire sempre meno dibattiti sul "centrodestra" che dobbiamo essere, sul moderatismo, sul bipolarismo o sul terzo polo, e sempre più discussioni sul merito. Sulle cose, sui progetti, sui temi pratici e su quelli etici e morali, sulle persone e sulle loro storie. Senza pregiudizi e senza patenti "disabilitanti o abilitanti" a prescindere. Vorrei vedere sempre più TRASVERSALITA' intellettuale e politica. Dobbiamo guardare oltre.

sabato 11 giugno 2011

Il leader è un valore aggiunto

di Alessandro Piergentili
Un errore Futuro e Libertà l'ha fatto. Ha peccato di superbia. Togliere il nome di Gianfranco Fini dal logo, un partito appena nato, senza un'organizzazione stabile e strutturata, rodata da congressi provinciali e regionali, senza media di riferimento, se non l'utilizzo massiccio di internet da parte dei propri militanti, è stato coraggioso, ma ha comportato diversi svantaggi diretti ed indiretti. Non c'entra nulla il discorso riguardante i partiti personalistici. Fini non è
Berlusconi e FLI non è e non sarà mai il PDL. Noi abbiamo il problema opposto, ci manca maledettamente il nostro campione, che per dovere istituzionale sta servendo il paese proteggendolo, insieme a Napolitano, dalle bizzarrie e dai colpi di coda di un sistema politico al tramonto com'è il berlusconismo. Una squadra di calcio non può fare a meno dei campioni e noi non possiamo fare a meno di un leader come Gianfranco Fini, soprattutto nella fase iniziale di vita del partito. Non mi piace la gerontocrazia, ma non mi piace nemmeno chi trasforma la politica solo in una questione anagrafica. Non ci bastava Renzi con i suoi rottamatori che vorrebbe sostituire la vecchia classe dirigente, buttando via il bambino con l'acqua sporca e non distinguendo tra figura e figura, adesso abbiamo anche noi il nostro rottamatore. Non si può essere eletti solo perchè giovani, così come non si può essere mandati a casa solo perchè si è da tanto in Parlamento. Iniziamo ad informarci ed a distinguere e i discorsi qualunquistici lasciamoli da altre parti per favore. Gianfranco Fini non è Silvio Berlusconi e non è nemmeno Umberto Bossi. Questa affermazione non risiede nella semplice valutazione dell'uomo, ma dall'analisi della storia, del percorso politico e dal pantheon valoriale a cui fanno riferimento i tre uomini in questione. Chi non effettua questa analisi come può restare tranquillamente in Futuro e Libertà? Va bene la democrazia, va bene la tolleranza delle minoranze interne, va bene tutto, ma non credo che si possa coesistere all'interno dello stesso contenitore politico. Quindi iniziamo a farla noi questa analisi e diamo una risposta ritornando al nostro logo, quello con Fini in bella evidenza. Così i distinguo e le provocazioni giornalieri diverranno note stonate e gli autori saranno messi nella condizione di dover decidere il proprio futuro una volta per tutte.

martedì 7 giugno 2011

Il paese in mano agli estremisti. Serve un polo moderato.

di Alessandro Piergentili
Eccoli lì. Appena vinte delle elezioni spuntano le bandiere rosse, veterocomunisti esaltati ritornano nelle trasmissioni televisive con le proposte più strambe che fanno concorrenza a quelle della Lega ed un piccolo mondo che dovrebbe stare nei libri di storia ritorna in auge dando quasi ragione alle paure infuse dalla propaganda berlusconiana. Uno spot migliore per Berlusconi non c'è. Saranno in grado di salvarlo ancora una volta? Per fortuna il duo PDL-Lega non brilla per moderatismo e continua ad imperversare con trasferimenti al nord di ministeri, continuando a sottovalutare la situazione. Noi siamo moderati, in questo momento le ali estreme imperversano e non esiste un'alternativa credibile nè a destra, nè a sinistra. Forse i contenitori attuali non sono adeguati a descrivere la geografia politica. In realtà da un'analisi più approfondita potremmo affermare che esistono quattro realtà politiche. Un estremismo di destra costituito dall'ala berlusconiana del PDL, i colonnelli ex AN, la Lega e gli storaciani, il terzo polo che potrebbe attrarre anche molti moderati del PDL, l'ala progressista del PD e poi tutto il mondo della sinistra che purtroppo non è ancora maturo, l'ha dimostrato immediatamente dopo le elezioni amministrative appena tenutesi. Quattro aree politiche la cui disomogeneità è il vero problema dell'Italia, perchè con l'avvento del berlusconismo prevalgono sempre le ali estreme o al limite l'incapacità di tenere assieme la coalizione vincente. Un esperimento affascinante sarebbe quello di unire i moderati di destra e sinistra ed isolare le ali. Non per sempre, ma in modo tale da riscrivere le regole costituzionali e la legge elettorale, in modo che il moderatismo abbia sempre una collocazione di primo piano in qualsiasi coalizione governativa. Anche perchè i moderati rappresentano la maggioranza del paese e non si capisce perchè una coalizione debba rappresentare gli interessi di un 10/15% di estremisti in modo prevalente dimenticandosi ogni volta del resto degli italiani. Questo è il vero nodo politico che Futuro e Libertà dovrebbe iniziare a sciogliere a cominciare dalla politica delle alleanze.

giovedì 26 maggio 2011

Il tremontismo non ci curerà dal berlusconismo

di Alessandro Piergentili
Mentre disquisiamo amabilmente delle moschee a Milano o delle invasioni di zingari ed extracomunitari, nubi fosche si addensano sull'Europa. Importanti esponenti politici greci ormai dichiarano apertamente che la situazione è insostenibile e che l'uscita della Grecia dall'Euro non è più solo una fantasia, ma una probabile realtà. Del resto chi scrive ha sempre sostenuto che l'Euro è una moneta nata male, perchè costruita con tecniche contabili e non attraverso il rispetto delle leggi economiche. Un contabile ed un economista vivono in due mondi differenti ed hanno una visione completamente diversa dei fenomeni sociali. Pensate alla differenza che passa tra un imprenditore che vuol valorizzare la sua azienda attraverso si il rispetto dei conti, ma anche attraverso la conquista di nuove quote di mercato, attraverso la ricerca e lo sviluppo di nuovi prodotti ed il ragioniere della stessa azienda che ha solo l'obiettivo di tenere a bada i conti. Una visione a 360° contro una visione parziale del fenomeno. Ecco l'economista interpreta i flussi finanziari ed economici attraverso la lente dello sviluppo sociale e del benessere proiettato nel tempo, mentre il contabile, il burocrate europeo pensa solo alla chiusura dell'anno, all'obiettivo del rapporto deficit/PIL, etc. Tremonti è decisamente un buon contabile. Riesce a tenere i conti sotto controllo, ma in realtà la situazione peggiora, la ricchezza si concentra, la disoccupazione aumenta, la mobilità sociale diminuisce e soprattutto il rapporto debito pubblico / PIL si mantiene sempre agli stessi livelli di guardia. La differenza è che ogni anno che passa i servizi che lo stato dà ai suoi cittadini diminuiscono in quantità e qualità e le imposte locali aumentano, mentre quelle nazionali si mantengono invariate ai livelli massimi storici. Un quadro disastroso che si aggiunge alle carenze strutturali con cui è stato costruito l'Euro. Se due aree differenti, con due crescite economiche differenti, adottano la stessa moneta, l'area che ha un rapporto sviluppo/rischio migliore avrà una crescita degli investimenti e dei flussi finanziari in entrata, mentre quella peggiore vedrà uscire masse monetarie. Di fatto i soldi vanno sempre dove stanno meglio, si chiama il meccanismo del FLY TO QUALITY. Il volo verso la qualità dei risparmi e degli investimenti. Lo sperimentiamo da un secolo e mezzo in Italia, nella differenza che passa tra gli investimenti nel nord e nel sud. Però in Italia ci sono dei meccanismi di redistribuzione dei flussi finanziari che limitano il fenomeno e che rendono unita la nostra nazione. La Lega si propone da anni di rompere questo meccanismo di redistribuzione, perchè ha capito che se vuole dividere il paese, quella è la strada. Tremonti si trova nella situazione paradossale di essere complice sia nella strategia inconsapevole della disgregazione dell'Europa, che nella strategia consapevole della disgregazione italiana. A meno che non si pensi che siano un'unica strategia, ma qui passiamo alla fantapolitica, anche se gli interessi tedeschi sono ben rappresentati in Italia e ci fermiamo qui. Le misure prese per salvare la Grecia, il Portogallo e l'Irlanda non tengono conto del fatto che prestare soldi a tassi più bassi del mercato non redistribuisce i flussi finanziari nel medio termine, ma anzi li peggiora. La redistribuzione deve avvenire a fondo perduto, ma chi potrebbe immaginare di proporre una soluzione così fuori dagli schemi e che creerebbe assistenzialismo? Quindi l'Euro è destinato a fallire, perchè non si può invitare un povero a casa propria e poi mettersi in competizione con lui, senza metterlo nelle condizioni di competere, è chiaro che o lo si assiste o lo si umilierà. Così sarà per la Grecia e gli altri PIGS. Verrà il turno anche dell'Italia se il PIL non inizierà a crescere a livelli superiori alla media europea, ma ciò è impossibile, perchè i conti sotto controllo, senza stimoli ai consumi ed agli investimenti privati implicano politiche recessive. Tremonti ha già promesso all'Europa tre anni di lacrime e sangue con maximanovre mostruose che il malato grave non potrà reggere. Le stesse cure proposte a Grecia, Portogallo, etc. Lo sbaglio continua. Ci vorrebbe un economista ed una politica economica totalmente diversa che sappia coniugare la crescita al controllo della spesa pubblica. Basterebbe dirottare parte della spesa corrente inefficiente sugli investimenti pubblici, basterebbe privatizzare e valorizzare parte del patrimonio pubblico ed investire il ricavato su una diminuzione mirata della tassazione, si dovrebbe stimolare la crescita del meridione attraverso l'attuazione della legge sulle zone franche urbane da istituire in ogni città del sud per attirare le imprese europee, si dovrebbe investire sulla banda larga. Insomma non può essere il tremontismo la soluzione ai guai provocati dal berlusconismo e non vorremmo che un giorno qualcuno di noi inizi ad esclamare"Si stava meglio, quando si stava peggio".

martedì 15 febbraio 2011

Perchè Sanremo è Sanremo e Arcore è Arcore

di Alessandro Piergentili
Mi vorrei svegliare in un paese dove i giovani possano trovare un lavoro ben remunerato grazie ai loro studi, ai loro meriti ed ai loro sacrifici. Vorrei svegliami in un paese dove si accende la Tv e ci si meraviglia del fatto che il direttore generale della RAI interrompe una trasmissione di Piero Angela per complimentarsi del bel documentario che è stato appena mandato in onda. Vorrei che in tv le vallette designate per Sanremo fossero colte e preparate, oltre che gradevoli fisicamente e che non dichiarassero con un'aria di sufficienza, francamente insopportabile, che loro in piazza non ci sarebbero mai andate. Ad Arcore si ed in piazza no, guarda come si è rivoltato il mondo. Perchè nessuna dichiarazione dalla Belen e dalla Canalis su chi si vende per fare carriera? Su chi utilizza il proprio ruolo ed il proprio potere per soggiogare sia delle ragazze rampanti, che delle ragazze povere? Vogliamo trasformare l'Italia in un paese meritocratico e poi scegliere i ruoli in base alla bravura nelle camere da letto? Anche quello potrebbe essere un criterio, ma lo si deve esplicitare chiaramente. La tv dell'era berlusconiana è un virus che si è insinuato nelle case e che sta tentando di trasformare l'Italia intera in una grande Arcore. Debbo confessare che Sanremo l'ho sempre guardato, sia negli anni belli che in quelli butti, insieme alla mia famiglia come in una specie di rito che si ripete a cadenza programmata e che dà quasi un senso storico allo stare insieme ed al crescere dei figli. Quest'anno no, mi rifiuto, anzi è mia moglie che per prima si rifiuta. Noi non daremo il nostro contributo al berlusconismo e come non guardiamo i reality e tutte le altre trasmissioni che stanno trasformando i nostri figli in tele imboniti vogliosi di riuscire senza sacrifici, senza saper fare e senza soprattutto essere, perchè se non si è non si fa, non guarderemo Sanremo che utilizza la rappresentazione massima del velinismo, il prodotto riuscito del clan Corona-Lele Mora per ottenere ascolti. Ebbene questi signori debbono essere colpiti dove fa più male, il portafogli. Perchè aumentare l'Auditel di questa tv che mette in crisi tutto l'assetto valoriale che le famiglie cercano di trasferire ai propri figli? La gente onesta, che non ne può più, che nei giorni scorsi è scesa in piazza, non può essere complice di questa perversione globale. E' ora di dire basta. Se non ora, quando? Adesso.

venerdì 21 gennaio 2011

Combattiamo il berlusconismo non Berlusconi.

di Alessandro Piergentili

Riflettiamo un momento sugli ultimi 16 anni. La sinistra e la magistratura, per motivi diversi e che gli storici definiranno meglio di noi contemporanei, si sono sempre occupate della stessa persona scagliandogli addosso un potenziale di fuoco incredibile. Ne è sempre uscita fuori una figura di martire che ha aumentato il suo consenso. Quando, invece ci si è occupati del berlusconismo e dei suoi strumenti di potere le cose sono andate diversamente, vedi legge sulla par condicio che permise a Prodi di vincere le elezioni del 1996 e vedi la mai compiuta legge sul conflitto di interessi che tanto bene avrebbe fatto al nostro paese. Nel rafforzare Berlusconi si è rafforzato il berlusconismo, tanto che, ormai appare evidente, che l'inventore ne è stato travolto e ne risulterà la seconda vittima dopo l'Italia. Dalla pubblicazione delle intercettazioni appare chiaro che il Presidente del Consiglio non è più l'uomo così potente che fa esaltare un 40% di italiani e ne fa imbestialire un buon 60% pur detenendo il comando, ma è diventato una marionetta in mano ad un gruppo di potere che lo salvaguarda dai processi e lo fa divertire a forza di festicciole Bunga Bunga. La ricattabilità e la dipendenza dal Bunga Bunga fanno di Berlusconi un re in mano alla sua corte che è molto più pericolosa, potente e viscida del sultano. Basterebbe fermarsi alle conversazioni tra Fede e Lele Mora per comprendere che gioco attornia il presidente del Consiglio. Lì si parla di soldi, figuariamoci se si potessero ascoltare gli scambi di battute fra i politici che lo attorniano che cosa uscirebbe fuori. E' per questo che tutti difendono Berlusconi, perchè dietro di lui ognuno può detenere la sua fetta di potere e comportarsi come meglio crede. Chi scrive non ritiene corrispondente alla verità il fatto che gli attacchi del Giornale e Libero al Presidente della Camera Gianfranco Fini siano stati ispirati da Silvio Berlusconi. Che senso avrebbe indebolirsi? Riteniamo che la zizzania sia stata messa da chi controlla veramente tutto il sistema di potere berlusconiano e che una serie di personaggi ritenevano conveniente allontanare l'unico uomo con la caratura del leader che poteva mettere in pericolo il vero nemico da abbattere e cioè il berlusconismo. Non facciamo nomi, per carità, ma chiediamoci se chi controlla tutta la raccolta pubblicitaria di un giornale sia meno o più potente dell'editore. E' per questo che non comprendiamo la strategia delle opposizioni. Che senso ha fare delle proposte per mettere da parte Berlusconi salvaguardando la continuità del berlusconismo? Non si è compreso che il vero problema che affligge l'Italia è una corte dei miracoli che ha propaggini in tutti i mass media e che influenza pesantemente la vita politica, culturale, sociale ed economica del nostro paese? Berlusconi è, ormai, solo un simbolo messo lì apposta per coprire il torbido ed il losco. Una distrazione di massa. Riflettiamoci, rifletteteci.

domenica 9 gennaio 2011

AUTOBUS, TRENI REGIONALI E PARCHEGGI: Il 2011 INIZIA CON STANGATE DEL 25% DI AUMENTI

da destradipopolo.net

I MAGGIORI RIALZI IN LIGURIA, A NAPOLI RINCARI SULLA TANGENZIALE E SULL’AUTOSTRADA PER SALERNO… AUMENTO DEI PREZZI DEI PARCHEGGI A BOLOGNA, BIGLIETTI PIU’ CARI A PALERMO….”NON TOCCHEREMO LE TASCHE DEGLI ITALIANI”


La Finanziaria non è un’entità astratta: pesa sulla vita dei cittadini e sugli spostamenti che ogni giorno devono affrontare per vivere, lavorare, divertirsi. Dalle tariffe per i parcheggi al costo dei biglietti dell’autobus e della metropolitana, dai pedaggi autostradali ai treni locali: sono queste le voci dei bilanci familiari sulle quali i Comuni decidono di intervenire quando - visto il taglio dei trasferimenti - si vedono costretti a fare cassa.
La manovra, quando passa dal “nazionale” al “locale”, fa sosta davanti ai pendolari.
Da Milano a Palermo sono loro i primi a risentire della stretta.
In molti casi, sono chiamati a sostenere veri e propri aumenti di prezzo. L’elenco è lungo.
Si comincia con il più 25 per cento in più sul biglietto dell’autobus che i cittadini di Genova saranno chiamati a versare dal primo febbraio: passerà da 1 euro a 1,50 euro, e diventerà il più caro d’Italia.
Ora la palma spetta a Palermo con 1,30 euro: al momento la capitale siciliana non toccherà il prezzo del singolo biglietto, ma ha già aggiornato quello del carnet da venti.
Anche Bari alza il tiro: da Capodanno per il bus si pagano 90 centesimi al posto dei “vecchi” 80.
A rincarare ci sta pensando anche il comune di Bologna che si prepara a applicare un balzello del 20 per cento sugli autobus e sui parcheggi in centro.
C’è chi non pratica aumenti, ma taglia le corse (come Firenze che ha deciso di ridurle del 10 per cento spingendo i sindacati verso uno sciopero in difesa dei posti di lavoro); e chi - viste le imminenti amministrative - pensa sì ai rincari, ma li mette in programma per l’estate.
E’ il caso di Torino, che in primavera voterà il nuovo sindaco e che già sta studiando aumenti da applicare a partire da luglio.
E se il caro benzina penalizza chi preferisce spostarsi con l’auto, la stangata non risparmia nemmeno chi viaggia in treno.
Trenitalia Le-Nord società coordinata dalla regione Lombardia, aumenterà i biglietti in due tranche per un totale del 20 per cento.
I treni della Liguria rincareranno del 25.
Napoli penalizza chi viaggia in auto (più 25 per cento oltre i 30 km per chi usa la A3 Napoli-Salerno; più 3,8 per la Tangenziale), ma anche i pendolari del servizio pubblico.
L’unica città che non programma aumenti - “a meno che la qualità del servizio non migliori ” ha detto il sindaco - è Roma.
Il caso Parentopoli invita a passare la mano.

“BERLUSCONI DISSE A LULA: MEGLIO SE BATTISTI RESTA IN BRASILE”: PARLA MINO CARTA, IL GIORNALISTA ITALIANO AMICO DEL PRESIDENTE


da destradipopolo.net

“LULA NON HA CAPITO LE CONSEGUENZE DI UNA DECISIONE CHE NESSUNO PERALTRO GLI HA SPIEGATO”…”A BERLUSCONI DI BATTISTI NON GLI IMPORTAVA UN FICO SECCO”…IN BRASILE NON CONOSCONO LA VERA STORIA DI BATTISTI


Mino Carta ascolta e sorride amaro: è arrabbiato per Battisti che resta in Brasile. “Quando ha incontrato Lula, Berlusconi gli ha fatto capire che di Battisti “non gli importava un fico secco“, più o meno una cosa così.
Era presente Gilberto Carvalho, capo della segreteria del presidente. “Se Battisti resta qui, un problema in meno per noi”.
Il Cavaliere guidava un gruppo di imprenditori italiani.
Contratti importanti; importantissime le commesse Finmeccanica.
Nel governo di Dilma Rousseff, il Carvalho dal bisnonno mantovano è diventato ministro. Intellettuale interessante: filosofo che ha studiato Teologia e animato negli anni ‘80 la Pastorale Operaia del cardinale Arns mentre condivideva con Lula la fondazione del Pt.
“Non ero li, avverte Carta, ma conosco bene la persona che ha riferito: ne ho piena fiducia”.
Ed è la fiducia di un giornalista protagonista della stampa brasiliana.
Ha fondato e diretto due quotidiani, un mensile, tre settimanali. È arrivato da Genova nel 1946: aveva 13 anni.
È rimasto italiano di passaporto, ma brasiliano fino all’ultima abitudine. La prima direzione nel 1966: Jornal da Tarde, edizione della sera dell’Estado de São Paulo che il padre (redattore capo del Secolo XIX di Genova) aveva trasformato in grande giornale.
Mino attraversa gli anni della dittatura con difficoltà; finisce in prigione…
Per imparare il mestiere frequenta le redazioni di Time, Spiegel e il Panorama di Lamberto Sechi.
Civita (ebreo fuggito dalla Milano delle leggi razziali) gli chiede di inventare un settimanale e Carta inventa Veja, il più venduto nel paese.
Poi dirige IstoÉ che ricorda L’espresso.
Un giorno ascolta il discorso di un sindacalista dalla barba lunga e nera “in apparenza rude ma con la sottigliezza di un Bertoldo metalmeccanico”.
Gli dedica la copertina e il Brasile scopre Lula.
L’ultima creatura, CartaCapital.
Tre mesi fa Lula va in redazione a festeggiare il compleanno del giornale. Perché un presidente così grazia Battisti…?
“Ignoranza. Non ha capito le conseguenze di una decisione che nessuno, del resto, gli ha spiegato. I suoi uomini se ne sono disinteressati. La posizione di CartaCapital è chiara: il piccolo delinquente romano, che ha imparato in galera una politica sciagurata deve scontare l’ergastolo. È vero che l’ergastolo non esiste in Brasile, di qui i cavilli sulla “persecuzione”, ma è anche vero che i terroristi rossi e neri, pentiti e non pentiti, in Italia sono tutti in libertà. Ho invitato Dirceu a un faccia a faccia: il mio giornale è conosciuto per il rispetto e l’indipendenza. Sacre le domande, sacre le risposte. Ma all’ultimo momento Dirceu telefona: “Non so niente di Battisti. Cosa vengo a dire…?”. Senza tenerezza abbiano raccontato la defezione”.
José Dirceu è allenato al silenzio. Teorico che ha disegnato il Pt assieme a Lula, ricorda certi fantasmi di Le Carrè.
Arrestato dai militari della dittatura mentre organizzava la protesta degli studenti, passa da un carcere all’altro e viene liberato (assieme ad altri 14 politici) in cambio del rilascio del console generale Usa, Elbrik, sequestrato da chi lottava nella clandestinità. Esilio a Cuba, scuola di guerriglia…
Un chirurgo gli cambia la faccia e con largo viaggio torna a casa, passaporto falso. Va in giro a vendere mobili, copertura per organizzare il malcontento; si sposa e battezza il figlio col finto nome.
Appena i militari smobilitano, progetta il Partito dei Lavoratori.
Diventa l’ombra potentissima del Lula presidente: uno scandalo lo costringe alle dimissioni.
Il racconto di Carta è un viaggio nei gironi del Pt. “Battisti resta perché Lula alle prese con gli equilibri del partito vuol calmare l’inquietudine della sinistra radicale, non sempre intellettuali con amici in Francia. A parte il disinteresse di Berlusconi, la piramide brasiliana è complessa. In Brasile nessun magnate o politico di peso va in galera. A differenza dei privilegi italiani, si presenta in tribunale e ascolta la condanna, ma tutto continua come prima”.
La rete che avvolge il caso Battisti comincia dal suo avvocato: Luis Eduardo Greenhalg, ex deputato Pt, “predatore che si dice di sinistra ma ha difeso Daniel Dantas”, Sindona della finanza brasiliana. Traffico di intercettazioni, finanziamenti occulti e la matassa nera del caso Telecom Italia. Finisce in galera, ma il presidente del Tribunale supremo lo libera due giorni dopo e per i due poliziotti che lo hanno incastrato carriera finita. Dantas querela CartaCapital: Mino Carta trionfa. Disegnato l’impianto della difesa di Battisti, Greenhalg passa la mano ma lo stratega è sempre lui…
“Tutto il mondo è paese, in Brasile e in Italia. Guai toccare certi tabernacoli. Mi spiace per Lula: si fida male e non sa di dare una mano alla destra di Roma”. Disinformazione che continua nei giornali: Dalmo Dallari scrive sulla Folha de São Paulo che Battisti era stato perseguitato in Italia da un governo fascista.
Era l’Italia di Moro e Berlinguer.
Errore di chi non è informato…?
Forse, ma la figlia di Dallari è l’amica del cuore del senatore Eduardo Matarazzo, discendente dei miliardari e senatore Pt.
“Peccato”, sospira Carta…

Maurizio Chierici
(da “Il Fatto Quotidiano“)

I DISERTORI DELL’UNITA’ D’ITALIA: UN GOVERNO IN FUGA RAPPRESENTATO SOLO DA LETTA

da destradipopolo.net

IN QUALSIASI ALTRO STATO CIVILE LE CELEBRAZIONI AVREBBERO COINVOLTO TUTTI: IN ITALIA IL GOVERNO E’ LATITANTE PER PAURA DEI RICATTI DI UN PARTITO CHE STA SULLE PALLE A 9 ITALIANI SU 10… E QUESTO SAREBBE UN GOVERNO DI DESTRA? O FORSE UN ESECUTIVO DI VILI DISERTORI INTERESSATI SOLO A SALVARE LA PELLE E IL POSTO?

Con il governo appeso a tre voti, figurarsi se Berlusconi farà il gesto ardito di contrariare Bossi, sgomitando per mostrarsi in prima fila alle celebrazioni dell’Unità d’Italia.
E difatti a Reggio Emilia, il Cavaliere s’è ben guardato perfino dall’inviare un messaggio, una lettera, una delegazione in sua vece.
A parte l’onnipresente Letta, che incarna il galateo della Repubblica, è come se i ministri si fossero passati la voce: meglio snobbare l’evento.
Alla festa del Tricolore non se ne è vista traccia.
Alcuni ministri in privato si giustificano, «l’invito del Quirinale era di routine, nessuno ha fatto sapere che Napolitano ci teneva», quasi che fosse necessaria una speciale supplica del Colle.
Tutte scuse, rispondono da lassù. Il vero nodo politico del Centocinquantenario che non decolla sta nella Lega. Sempre più padrona del campo, padrona anche delle idee.
Ma c’è dell’altro che motiva il disinteresse del premier, perennemente distratto quando Bondi e La Russa (con quel pizzetto risorgimentale che molto richiama Bixio) hanno posto il problema, mesi fa persino in Consiglio dei ministri, però con scarso successo.
La prima spiegazione suggerita dai consiglieri del Principe è quasi antropologica. Berlusconi, imprenditore brianzolo votato al «fare», aborre l’«ipocrisia» delle ricorrenze poiché ritiene che rimboccarsi le maniche giovi all’unità d’Italia più di mille pompose orazioni.
Completano il pensiero i soliti detrattori, segnalando che forse è meglio così, perché mai Silvio si è appassionato di storia patria.
E quando ha ritenuto di cimentarsi (con l’eccezione del discorso alto e nobile il 25 aprile 2009), dalla sua bocca sono usciti simpatici lapsus tipo «Romolo e Remolo», oppure gaffes involontarie sul papà dei sette fratelli Cervi, che lui sarebbe andato volentieri a trovare se non fosse morto 30 anni prima come ben sa Napolitano, il quale ieri ha reso visita alla casa-museo.
Non deve fare scandalo.
La ricca bibliografia sul Cavaliere concorda che il segreto della sua leadership sta proprio nel «pensiero debole».
Berlusconi guarda ostentatamente avanti, e considera il passato come un fardello, una malinconia.
Infine c’è l’ultima spiegazione, che riporta alla battaglia politica e al complicato ménage con Bossi: il nostro premier ritiene che la maniera più stolta per frenare la Lega è quella di farci a zuccate. La tattica più astuta consisterebbe viceversa nell’ignorarne le «mattane», specie quando evocano Roma Ladrona, il separatismo e, dio non voglia, i fucili.
Come con i pargoli maleducati, «bisogna far finta di nulla».
E’ un precetto che i gerarchi berlusconiani confessano di avere sorbito decine di volte: «Più noi ribattiamo a Bossi, più facciamo il suo gioco».
Sulle celebrazioni del Centocinquantenario, che s’intrecciano pericolosamente con l’ultimo miglio del federalismo fiscale, il Cavaliere ha deciso: la Lega dica quello che vuole, «noi non reagiremo».
Non risulta che si sia speso per allargare il budget delle manifestazioni pubbliche.
Nè pare che Berlusconi abbia insistito con Bossi perché intervenga personalmente a qualche evento celebrativo, se non altro per far contento «il vecchio del Colle».


Ugo Magri
(da “La Stampa”)

venerdì 20 agosto 2010

La gente non vota per Don Abbondio


Prima o poi arriva l'ora delle scelte difficili, altrimenti il tempo decide per noi. Esistono dei momenti fondamentali che prevedono di stare di qua o di là. Con l'espulsione o presunta tale dei finiani Berlusconi ha giocato la sua mossa e con l'attacco combinato dei suoi giornali ha mosso lo scacco al Re. Ieri abbiamo assistito ad una pagina brutta per Generazione Italia, Futuro e Libertà ed in generale tutto il mondo finiano che si sta muovendo coerentemente. E' possibile mai che la coerenza manca proprio nei fiiniani? Leggere che siamo favorevoli al lodo per il Presidente del Consiglio ci ha fatto veramente tornare indietro di mesi, quando avevamo perso ogni speranza. Poi sconfessare un articolo, che per quanto duro era chiaramente l'espressione di moltissima gente che segue Fini, oltre che un atto difensivo di fronte ai continui attacchi che ogni giorno si leggono su Libero e sul Giornale, è stato un atto non dovuto e non coerente. Vorremmo semplicemente coerenza, anche perchè se dobbiamo agire sul territorio e raccogliere adesioni non comprendiamo cosa possiamo dire e spiegare alla gente se siamo i primi noi a non comprendere. Va bene l'arte della politica, ma qui si sta esagerando, stiamo ancora recuperando coloro i quali non hanno compreso lo scioglimento di AN nel PDL, perchè ritenevano che fosse allora il momento di compiere una scelta importante, per loro siamo già in ritardo di anni e qui ci si sta barcamenando se restare o meno in un partito che ci ha espulsi, che chiede le dimissioni del Presidente della Camera e ne fa oggetto di attacchi al limite del ricattatorio. Non abbiamo sentito una sola voce provenire dall'entourage berlusconiano di dissonanza rispetto agli articoli di Belpietro e di Feltri, e debbo dire che questa è la sola cosa che invidio in questo momento a quel mondo, la compattezza e la capacità di prendere scelte nette. Ci sentiamo deboli? Qualcuno ha paura dell'ignoto? Non siamo in grado di fare alleanze? Questa è la politica, prendere scelte e fare alleanze, certamente non è cercare di rappresentare un popolo che non è più nel PDL da dentro il PDL.