Visualizzazione post con etichetta governo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta governo. Mostra tutti i post

domenica 9 gennaio 2011

AUTOBUS, TRENI REGIONALI E PARCHEGGI: Il 2011 INIZIA CON STANGATE DEL 25% DI AUMENTI

da destradipopolo.net

I MAGGIORI RIALZI IN LIGURIA, A NAPOLI RINCARI SULLA TANGENZIALE E SULL’AUTOSTRADA PER SALERNO… AUMENTO DEI PREZZI DEI PARCHEGGI A BOLOGNA, BIGLIETTI PIU’ CARI A PALERMO….”NON TOCCHEREMO LE TASCHE DEGLI ITALIANI”


La Finanziaria non è un’entità astratta: pesa sulla vita dei cittadini e sugli spostamenti che ogni giorno devono affrontare per vivere, lavorare, divertirsi. Dalle tariffe per i parcheggi al costo dei biglietti dell’autobus e della metropolitana, dai pedaggi autostradali ai treni locali: sono queste le voci dei bilanci familiari sulle quali i Comuni decidono di intervenire quando - visto il taglio dei trasferimenti - si vedono costretti a fare cassa.
La manovra, quando passa dal “nazionale” al “locale”, fa sosta davanti ai pendolari.
Da Milano a Palermo sono loro i primi a risentire della stretta.
In molti casi, sono chiamati a sostenere veri e propri aumenti di prezzo. L’elenco è lungo.
Si comincia con il più 25 per cento in più sul biglietto dell’autobus che i cittadini di Genova saranno chiamati a versare dal primo febbraio: passerà da 1 euro a 1,50 euro, e diventerà il più caro d’Italia.
Ora la palma spetta a Palermo con 1,30 euro: al momento la capitale siciliana non toccherà il prezzo del singolo biglietto, ma ha già aggiornato quello del carnet da venti.
Anche Bari alza il tiro: da Capodanno per il bus si pagano 90 centesimi al posto dei “vecchi” 80.
A rincarare ci sta pensando anche il comune di Bologna che si prepara a applicare un balzello del 20 per cento sugli autobus e sui parcheggi in centro.
C’è chi non pratica aumenti, ma taglia le corse (come Firenze che ha deciso di ridurle del 10 per cento spingendo i sindacati verso uno sciopero in difesa dei posti di lavoro); e chi - viste le imminenti amministrative - pensa sì ai rincari, ma li mette in programma per l’estate.
E’ il caso di Torino, che in primavera voterà il nuovo sindaco e che già sta studiando aumenti da applicare a partire da luglio.
E se il caro benzina penalizza chi preferisce spostarsi con l’auto, la stangata non risparmia nemmeno chi viaggia in treno.
Trenitalia Le-Nord società coordinata dalla regione Lombardia, aumenterà i biglietti in due tranche per un totale del 20 per cento.
I treni della Liguria rincareranno del 25.
Napoli penalizza chi viaggia in auto (più 25 per cento oltre i 30 km per chi usa la A3 Napoli-Salerno; più 3,8 per la Tangenziale), ma anche i pendolari del servizio pubblico.
L’unica città che non programma aumenti - “a meno che la qualità del servizio non migliori ” ha detto il sindaco - è Roma.
Il caso Parentopoli invita a passare la mano.

“BERLUSCONI DISSE A LULA: MEGLIO SE BATTISTI RESTA IN BRASILE”: PARLA MINO CARTA, IL GIORNALISTA ITALIANO AMICO DEL PRESIDENTE


da destradipopolo.net

“LULA NON HA CAPITO LE CONSEGUENZE DI UNA DECISIONE CHE NESSUNO PERALTRO GLI HA SPIEGATO”…”A BERLUSCONI DI BATTISTI NON GLI IMPORTAVA UN FICO SECCO”…IN BRASILE NON CONOSCONO LA VERA STORIA DI BATTISTI


Mino Carta ascolta e sorride amaro: è arrabbiato per Battisti che resta in Brasile. “Quando ha incontrato Lula, Berlusconi gli ha fatto capire che di Battisti “non gli importava un fico secco“, più o meno una cosa così.
Era presente Gilberto Carvalho, capo della segreteria del presidente. “Se Battisti resta qui, un problema in meno per noi”.
Il Cavaliere guidava un gruppo di imprenditori italiani.
Contratti importanti; importantissime le commesse Finmeccanica.
Nel governo di Dilma Rousseff, il Carvalho dal bisnonno mantovano è diventato ministro. Intellettuale interessante: filosofo che ha studiato Teologia e animato negli anni ‘80 la Pastorale Operaia del cardinale Arns mentre condivideva con Lula la fondazione del Pt.
“Non ero li, avverte Carta, ma conosco bene la persona che ha riferito: ne ho piena fiducia”.
Ed è la fiducia di un giornalista protagonista della stampa brasiliana.
Ha fondato e diretto due quotidiani, un mensile, tre settimanali. È arrivato da Genova nel 1946: aveva 13 anni.
È rimasto italiano di passaporto, ma brasiliano fino all’ultima abitudine. La prima direzione nel 1966: Jornal da Tarde, edizione della sera dell’Estado de São Paulo che il padre (redattore capo del Secolo XIX di Genova) aveva trasformato in grande giornale.
Mino attraversa gli anni della dittatura con difficoltà; finisce in prigione…
Per imparare il mestiere frequenta le redazioni di Time, Spiegel e il Panorama di Lamberto Sechi.
Civita (ebreo fuggito dalla Milano delle leggi razziali) gli chiede di inventare un settimanale e Carta inventa Veja, il più venduto nel paese.
Poi dirige IstoÉ che ricorda L’espresso.
Un giorno ascolta il discorso di un sindacalista dalla barba lunga e nera “in apparenza rude ma con la sottigliezza di un Bertoldo metalmeccanico”.
Gli dedica la copertina e il Brasile scopre Lula.
L’ultima creatura, CartaCapital.
Tre mesi fa Lula va in redazione a festeggiare il compleanno del giornale. Perché un presidente così grazia Battisti…?
“Ignoranza. Non ha capito le conseguenze di una decisione che nessuno, del resto, gli ha spiegato. I suoi uomini se ne sono disinteressati. La posizione di CartaCapital è chiara: il piccolo delinquente romano, che ha imparato in galera una politica sciagurata deve scontare l’ergastolo. È vero che l’ergastolo non esiste in Brasile, di qui i cavilli sulla “persecuzione”, ma è anche vero che i terroristi rossi e neri, pentiti e non pentiti, in Italia sono tutti in libertà. Ho invitato Dirceu a un faccia a faccia: il mio giornale è conosciuto per il rispetto e l’indipendenza. Sacre le domande, sacre le risposte. Ma all’ultimo momento Dirceu telefona: “Non so niente di Battisti. Cosa vengo a dire…?”. Senza tenerezza abbiano raccontato la defezione”.
José Dirceu è allenato al silenzio. Teorico che ha disegnato il Pt assieme a Lula, ricorda certi fantasmi di Le Carrè.
Arrestato dai militari della dittatura mentre organizzava la protesta degli studenti, passa da un carcere all’altro e viene liberato (assieme ad altri 14 politici) in cambio del rilascio del console generale Usa, Elbrik, sequestrato da chi lottava nella clandestinità. Esilio a Cuba, scuola di guerriglia…
Un chirurgo gli cambia la faccia e con largo viaggio torna a casa, passaporto falso. Va in giro a vendere mobili, copertura per organizzare il malcontento; si sposa e battezza il figlio col finto nome.
Appena i militari smobilitano, progetta il Partito dei Lavoratori.
Diventa l’ombra potentissima del Lula presidente: uno scandalo lo costringe alle dimissioni.
Il racconto di Carta è un viaggio nei gironi del Pt. “Battisti resta perché Lula alle prese con gli equilibri del partito vuol calmare l’inquietudine della sinistra radicale, non sempre intellettuali con amici in Francia. A parte il disinteresse di Berlusconi, la piramide brasiliana è complessa. In Brasile nessun magnate o politico di peso va in galera. A differenza dei privilegi italiani, si presenta in tribunale e ascolta la condanna, ma tutto continua come prima”.
La rete che avvolge il caso Battisti comincia dal suo avvocato: Luis Eduardo Greenhalg, ex deputato Pt, “predatore che si dice di sinistra ma ha difeso Daniel Dantas”, Sindona della finanza brasiliana. Traffico di intercettazioni, finanziamenti occulti e la matassa nera del caso Telecom Italia. Finisce in galera, ma il presidente del Tribunale supremo lo libera due giorni dopo e per i due poliziotti che lo hanno incastrato carriera finita. Dantas querela CartaCapital: Mino Carta trionfa. Disegnato l’impianto della difesa di Battisti, Greenhalg passa la mano ma lo stratega è sempre lui…
“Tutto il mondo è paese, in Brasile e in Italia. Guai toccare certi tabernacoli. Mi spiace per Lula: si fida male e non sa di dare una mano alla destra di Roma”. Disinformazione che continua nei giornali: Dalmo Dallari scrive sulla Folha de São Paulo che Battisti era stato perseguitato in Italia da un governo fascista.
Era l’Italia di Moro e Berlinguer.
Errore di chi non è informato…?
Forse, ma la figlia di Dallari è l’amica del cuore del senatore Eduardo Matarazzo, discendente dei miliardari e senatore Pt.
“Peccato”, sospira Carta…

Maurizio Chierici
(da “Il Fatto Quotidiano“)

I DISERTORI DELL’UNITA’ D’ITALIA: UN GOVERNO IN FUGA RAPPRESENTATO SOLO DA LETTA

da destradipopolo.net

IN QUALSIASI ALTRO STATO CIVILE LE CELEBRAZIONI AVREBBERO COINVOLTO TUTTI: IN ITALIA IL GOVERNO E’ LATITANTE PER PAURA DEI RICATTI DI UN PARTITO CHE STA SULLE PALLE A 9 ITALIANI SU 10… E QUESTO SAREBBE UN GOVERNO DI DESTRA? O FORSE UN ESECUTIVO DI VILI DISERTORI INTERESSATI SOLO A SALVARE LA PELLE E IL POSTO?

Con il governo appeso a tre voti, figurarsi se Berlusconi farà il gesto ardito di contrariare Bossi, sgomitando per mostrarsi in prima fila alle celebrazioni dell’Unità d’Italia.
E difatti a Reggio Emilia, il Cavaliere s’è ben guardato perfino dall’inviare un messaggio, una lettera, una delegazione in sua vece.
A parte l’onnipresente Letta, che incarna il galateo della Repubblica, è come se i ministri si fossero passati la voce: meglio snobbare l’evento.
Alla festa del Tricolore non se ne è vista traccia.
Alcuni ministri in privato si giustificano, «l’invito del Quirinale era di routine, nessuno ha fatto sapere che Napolitano ci teneva», quasi che fosse necessaria una speciale supplica del Colle.
Tutte scuse, rispondono da lassù. Il vero nodo politico del Centocinquantenario che non decolla sta nella Lega. Sempre più padrona del campo, padrona anche delle idee.
Ma c’è dell’altro che motiva il disinteresse del premier, perennemente distratto quando Bondi e La Russa (con quel pizzetto risorgimentale che molto richiama Bixio) hanno posto il problema, mesi fa persino in Consiglio dei ministri, però con scarso successo.
La prima spiegazione suggerita dai consiglieri del Principe è quasi antropologica. Berlusconi, imprenditore brianzolo votato al «fare», aborre l’«ipocrisia» delle ricorrenze poiché ritiene che rimboccarsi le maniche giovi all’unità d’Italia più di mille pompose orazioni.
Completano il pensiero i soliti detrattori, segnalando che forse è meglio così, perché mai Silvio si è appassionato di storia patria.
E quando ha ritenuto di cimentarsi (con l’eccezione del discorso alto e nobile il 25 aprile 2009), dalla sua bocca sono usciti simpatici lapsus tipo «Romolo e Remolo», oppure gaffes involontarie sul papà dei sette fratelli Cervi, che lui sarebbe andato volentieri a trovare se non fosse morto 30 anni prima come ben sa Napolitano, il quale ieri ha reso visita alla casa-museo.
Non deve fare scandalo.
La ricca bibliografia sul Cavaliere concorda che il segreto della sua leadership sta proprio nel «pensiero debole».
Berlusconi guarda ostentatamente avanti, e considera il passato come un fardello, una malinconia.
Infine c’è l’ultima spiegazione, che riporta alla battaglia politica e al complicato ménage con Bossi: il nostro premier ritiene che la maniera più stolta per frenare la Lega è quella di farci a zuccate. La tattica più astuta consisterebbe viceversa nell’ignorarne le «mattane», specie quando evocano Roma Ladrona, il separatismo e, dio non voglia, i fucili.
Come con i pargoli maleducati, «bisogna far finta di nulla».
E’ un precetto che i gerarchi berlusconiani confessano di avere sorbito decine di volte: «Più noi ribattiamo a Bossi, più facciamo il suo gioco».
Sulle celebrazioni del Centocinquantenario, che s’intrecciano pericolosamente con l’ultimo miglio del federalismo fiscale, il Cavaliere ha deciso: la Lega dica quello che vuole, «noi non reagiremo».
Non risulta che si sia speso per allargare il budget delle manifestazioni pubbliche.
Nè pare che Berlusconi abbia insistito con Bossi perché intervenga personalmente a qualche evento celebrativo, se non altro per far contento «il vecchio del Colle».


Ugo Magri
(da “La Stampa”)